Friday, 15 April 2016

Mira Nair

MIRA NAIR LA REGISTA DEL DIALOGO
“IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE”




I film sono come degli specchi che rimandano a chi li guarda le contraddizioni del mondo moderno ed è questo che mi piace fare con il mio cinema.


Sono una regista indiana che si sente a casa sua ovunque nel mondo.


“Credo di essere venuta su questa terra per raccontare storie di gente che come me vive tra due mondi” così inizia la sua intervista alla conferenza stampa dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, una Mira Nair sicura di se, che si esibisce in battute di spirito mettendo da parte per una volta il suo stile impegnato. C’è da scommettere che tanta sicurezza le viene dall’aver vinto una delle sfide più ardite della sua carriera, un progetto che tra alti e bassi è rimasto sul tavolo per sei lunghi anni: portare sul grande schermo dall’India agli Stati Uniti, una storia con protagonista un giovane pakistano alle prese con il grande sogno americano dopo ground zero. Nonostante Mira sia la prima regista donna ad aver mai vinto un Leone d’Oro- nel 2001 con Monsoon Wedding un film girato in appena trenta giorni- anche per lei il percorso per trovare i finanziatori indipendenti si è dimostrato, a dir poco, più difficile del solito. Nessuno credeva in un film con un giovane mussulmano come protagonista, sopratutto dopo l’11 settembre! E men che meno che un film del genere avrebbe avuto successo tra il pubblico europeo e americano, ormai totalmente alienato nei riguardi dei musulmani in Pakistan, un paese da tutti creduto un covo di terroristi. Ce l’ha fatta, grazie alla sua tenacia incrollabile e anche grazie a ragioni meno evidenti come lasciano intendere queste parole: “Il fondamentalista riluttante è un esercizio di guarigione personale e di riconnessione. Ci sono delle cose in me e nella mia famiglia che sono state colpite dagli eventi di questi ultimi dieci anni. Il film è un tentativo, tra le altre cose, di ricucire insieme i pezzi non negando le tensioni che sono venute a galla ma illustrando i modi in cui si può navigare tra loro ed essere umani malgrado tutto”.

Monday, 7 March 2016

What Makes a Good Life? Lessons from the Longest Study on Happiness | Ro...

Che cos'è che rende una vita felice? un buon lavoro? la fama? i soldi? Niente di tutto questo, sono le relazioni appaganti che abbiamo coltivato nella nostra vita a renderla "una buona vita". E' questo il risultato del più lungo studio della storia, 75 anni a monitorare la vita di trecento persone, tante erano nel 1930, ne sono rimaste oggi una settantina. Persone dalla carriera prestigiosa, laureate ad Harvard, il primo gruppo, persone dei quartieri poveri di Boston, il secondo gruppo. Ma la riuscita economica non è stato il fattore a far pendere il piatto della bilancia a suo favore, a conferma che "i soldi non fanno la felicità". Come dire che dopo 75 anni abbiamo avuto la conferma di quanto già affermato dal buon senso popolare. Lo stesso attuale direttore della ricerca, il quarto, l'ha sempre pensata allo stesso modo: "E' il lavoro che ci metti per far funzionare le relazioni, perchè siano di buona qualità, che fa la differenza".






Thursday, 11 February 2016

Ginevra Bompiani



Dall'intervista a Ginevra Bompiani riporto un suo pensiero:
Agli inizi del femminismo si cercava la parità e l'identitità. Adesso penso che la donna dovrebbe cambiare obiettivi. Dovrebbe pensare a creare la sua identità e non di cercarla. Chiedere la parità in una società costruita ad immagine e somiglianza dell'uomo non è un buon affare. Dovrebbe prima renderla accogliente e poi cercarsi un suo posto.
Donna si diventa e ancor più donna s'inventa. La donna deve smettere di vedersi inventata dagli uomini, dai sarti e inventi lei la sua novità e la sua presenza nel mondo. Penso sia proprio questo quello che dovrebbe fare il più possibile: essere creativa. Ce n'è tanto bisogno.

Guarda il video Nautilus Filosofia - Ginevra Bompiani:
Nella seconda puntata settimanale parliamo di filosofia con l’ospite Ginevra Bompiani. La discussione con Federico Taddia tocca il complesso rapporto tra arte e filosofia, tra letteratura e filosofia: ...


Ginevra Bompiani Racconta Jane Austen


Thursday, 4 February 2016

Walter Bonatti - Al di là delle nuvole


Il documentario racconta la storia di Walter partendo dall'infanzia sulle rive del fiume Pò. Contrariamente a quanto comunemente si crede, non tutti gli scalatori sono nati montanari. Walter non era un uomo delle montagne, come Messner ad esempio, ma di pianura che conobbe le montagne solo da ragazzo e se ne innamorò subito. E' una bella storia, mi ha colpito che è partita quasi subito con una cocente delusione, ad appena ventitrè anni Walter ha la più importante opportunità che uno scalatore potesse sperare ma si rivela essere la sua esperienza più dolorosa quella che ha contaminato la bellezza, l'onestà, l'ardire della montagna con la meschinità dell'uomo. Ma proprio partendo da questo trauma Walter ha saputo trasformarlo in una forza interiore ancora più pura che l'ha fatto diventare l'uomo, lo scalatore, il sognatore più ammirato d'Italia negli anni passati.




Mauro Corona


Confessioni Ultime  - Documentario PARTE 1 ITA


Ecco come lo presenta il giornalista:
Per milioni di lettori è il poeta della natura. L'uomo dei boschi e della montagna capace di incarnare il sogno di una vita libera; l'icona di un'alternativa al consumismo e a uno stile di vita frenetico, omologato e banale.

Riporto alcuni suoi pensieri-massime:

Sono il più grande incoerente del pianeta; la coerenza è per gli sciocchi secondo me!

La memoria va imbalsamata per chi viene dopo ma anche per chi è ancora vivo e si rivede. Riguardo le interviste di venticinque anni fa e mi dico "mai più sarò così"! Ecco perchè la memoria va conservata.

Si rifiuta la fatica fisica, e la pagheremo!
Lo stress non è altro che mancanza di fatica fisica.
La fatica ti rilassa. E' la medicina del pianeta.
Il corpo si distende nella fatica, altrimenti accumuli una passione che uccidi qualcuno.
il corpo invece ti mette in avviso e incominci ad agitarti.
Un pasto al giorno e del tempo libero e l'umanità starebbe meglio tutta.

Thursday, 21 January 2016

Lidia Ravera


Scrivere vuol dire cercare

Dalla presentazione al suo libro "Piangi Pure" trascrivo alcuni passaggi di Lidia.

Ho provato a mettermi nelle scarpe di una donna più grande, di 79 anni, nel tentativo di ridisegnare, ridefinire un territorio che l'immaginario comune dice che è vuoto. Ho accettato la sfida di andare a vedere che cosa succede e siccome l'unico metodo d'indagine che io conosco è la scrittura, ho iniziato a scrivere non appena ho avuto l'immagine di una donna, Iris e di una situazione....

Questa adorabile 79enne s'innamora e vive una vera storia d'amore, non un'imitazione dell'amore delle altre età. Un amore che contiene delle costanti, perchè le dinamiche dell'innamoramento sono sempre uguali, e delle variabili perchè fuori dalle tempeste ormonali della giovinezza, l'amore cambia cadenza, cambia linguaggio e figure di danza ma non è minore. Anzi, per certi versi, siccome nella vita l'attivismo sfrenato con cui cerchi di distrarti si rarefà, questo amore maturo prende una profondità e uno spazio straordinari.
Quando capisce Iris che è innamorata? Quando lo nomina, perchè l'amore è una decisione. Si certo c'è qualcun che ti piace, ma sei tu che decidi, è volontà attiva. Noi donne troppo a lungo siamo state educate ad essere scelte ma a 79 anni non c'è più la pazienza di aspettare, ti fai parte attiva. Io infatti penso che quegli anni possono essere meravigliosi: non hai niente da perdere, le tue sicurezze te le sei fatta, la tua vita è andata, quello che ti resta è spericolato, è puro rischio.
Conclude Lidia. "Insomma, all'anziana attiva è destinato il maschio migliore, l'amatore delicato e intelligente"


Saturday, 2 January 2016

Le dee dentro ogni donna



Jean and me in Rome


Lo spirito indomito di Artemide

"Da quando sono in pensione il mio hobby è cambiare il mondo!" ha detto sorridendo al pubblico italiano accorso a vederla alla Fiera dell'Editoria Indipendente a Roma lo scorso dicembre. 
Nel 2014 si è celebrato il trentennale del suo libro "Le dee dentro la donna. Una nuova psicologia del femminile" edito in Italia dall'Astrolabio, un libro che è diventato un classico e si trova ancora negli scaffali delle librerie assieme all'altro classico "Donne che corrono con i lupi " di Clarissa P. Estes.
Minuta e piccolina, Jean a Roma è venuta per parlare dello spirito indomito che anima le donne abitate dall'archetipo di Artemide, Diana per i romani. L'ultimo dei suoi tredici libri, l'ha dedicato all'archetipo della dea che ha animato molte delle leader storiche dei movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta.
Lo spirito di Artemide è improntato ad una grande autonomia e indipendenza. Sceglie da sola i suoi obiettivi e sa raggiungerli perchè è molto determinata. Ha un forte istinto di protezione verso le giovani donne, le bambine, chi subisce un'ingiustizia, gli indifesi. La grande determinazione nel perseguire i suoi obiettivi la porta talvolta a rimanere insensibile verso i bisogni della propria famiglia e di chi le sta vicino. Una donna contemporanea che incarna perfettamente questo archetipo è la leader della Birmania Aung San Suu Kyi.